Qui di seguito riportiamo il programma della nona edizione che vede molte novità.
In particolare la presenza di due illustri autori che presenteranno i loro libri oltre alla selezione di aziende vitivinicole nostre compagne di avventura.
A breve programma dettagliato della serata del 21 marzo prossimo.
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lunedì 17 febbraio 2020
sabato 18 gennaio 2020
Un ricordo di Gianna
La prima volta che mi ricordo di questa coppia di appassionati enofili è in un evento organizzato dall'Acquabuona a Pisa. L'apertura dell'evento, se non sbaglio era alle 10,00 del mattino, ma già dalle 9,30 questi due signori ( Vincenzo e Gianna Zappalà) erano in cortese attesa dell'inizio della nostra degustazione. E così è stato per gli eventi a seguire finché non ci siamo conosciuti meglio e finalmente ho compreso che quel signore era ed è un illustre astronomo e astrofisico e che la signora con cui stava era la compagna della sua vita . Un ricordo questo indelebile come i giudizi netti e irrevocabili che Gianna emetteva sui vini assaggiati. E infatti la perdita dell'olfatto di qualche anno fa aveva precluso a Gianna una grossa parte di questo mondo che tanto amava e tanto conosceva. Si perché Vincenzo e Gianna conoscevano di persona i grandi e piccoli vignaioli piemontesi e non solo e con essi avevano un rapporto di amicizia intima e sincera.
La ricordo così Gianna attenta osservatrice del mondo, sincera come un bisturi, generosa come una vera amica, illuminante come faro nella notte. E una notte improvvisamente quel faro si è spento.
Non però il ricordo di quella luce che porteremo sempre dentro di noi.
Lamberto Tosi
La ricordo così Gianna attenta osservatrice del mondo, sincera come un bisturi, generosa come una vera amica, illuminante come faro nella notte. E una notte improvvisamente quel faro si è spento.
Non però il ricordo di quella luce che porteremo sempre dentro di noi.
Lamberto Tosi
un articolo sui pinot dell'appennino e qualche considerazione stilistica..
http://www.acquabuona.it/2020/01/eccopino-una-occasione-per-parlare-di-pinot-nero/
Il Pinot Nero è per gli enoappassionati croce e delizia. Molti sono convinti che non esista altro vitigno e vino così nobile e sublime, per altri invece è stato a volte motivo di delusione o disincanto. Se questo è vero per tutti i vitigni (date le molteplici “versioni” che si trovano in commercio) lo è ancor di più per il pinot nero, data la fama e il costo che raggiungono alcune bottiglie prodotte con questa uva.
Il Pinot Nero è per gli enoappassionati croce e delizia. Molti sono convinti che non esista altro vitigno e vino così nobile e sublime, per altri invece è stato a volte motivo di delusione o disincanto. Se questo è vero per tutti i vitigni (date le molteplici “versioni” che si trovano in commercio) lo è ancor di più per il pinot nero, data la fama e il costo che raggiungono alcune bottiglie prodotte con questa uva.
Non
ultima poi, in questa costruzione del mito, risulta l’influenza della
sua zona di origine e sicuramente della più accreditata area di
produzione: la Borgogna. Il binomio pinot nero –
Borgogna è uno di quei dogmi che non si possono scalfire e che fanno
parte del credo degli enofili, badate bene con molti argomenti a suo
favore, ma anche con cocenti delusioni da mettere nel conto, se non si
sceglie la bottiglia giusta. Così, avventurarsi fra i Pinot Nero dell’Appennino è un modo intelligente per approfondire la conoscenza di questo vitigno nelle sua verità e nel suo mito.
La
sua origine, seppure ancora incerta, lo fa risalire all’età preromana
nella zona della Borgogna, dato che gli stessi Plinio il vecchio e
Columella lo hanno annoverato tra le varietà di vite conosciute.
Geneticamente è considerato una varietà instabile e nel tempo sembra aver dato origine a mutazioni poi stabilizzatesi in varietà (pinot bianco, pinot grigio, pinot meunier). Il nome sembra derivare dalla forma del grappolo che assomiglia ad una pigna, sia per le piccole dimensioni che per la compattezza, ipotesi quest’ultima accreditata dal fatto che anche lo chenin blanc, vitigno principe della Loira, è chiamato localmente Pineau de la Loire proprio a causa della forma del grappolo.
Geneticamente è considerato una varietà instabile e nel tempo sembra aver dato origine a mutazioni poi stabilizzatesi in varietà (pinot bianco, pinot grigio, pinot meunier). Il nome sembra derivare dalla forma del grappolo che assomiglia ad una pigna, sia per le piccole dimensioni che per la compattezza, ipotesi quest’ultima accreditata dal fatto che anche lo chenin blanc, vitigno principe della Loira, è chiamato localmente Pineau de la Loire proprio a causa della forma del grappolo.
Le
caratteristiche agronomiche che hanno decretato il successo della
varietà, anche al di fuori della zona di tradizionale coltivazione, sono
presto dette: produzione costante, vigoria, facilità nel raggiungimento di un grado zuccherino elevato, ciclo produttivo precoce.
D’altro canto se questi appaiono punti di forza per la produzione di
vini semplici e dal basso profilo qualitativo, tutt’altro aspetto
assumono i punti deboli per la produzione di vini di elevata qualità.
I “difetti” del pinot nero risiedono essenzialmente nella materia
colorante molto instabile e ossidabile, nell’assenza quasi totale di
forme acilate degli antociani, nella notevole difficoltà nel
raggiungimento della maturità dei vinaccioli in sincronia con le bucce ( ciò che provoca problemi di forte astringenza in fase di macerazione), nei pH molte volte elevati che espongono i vini a rapido invecchiamento o a rischi biologici, nella bassa resistenza alle malattie fungine, in primis alla Botrite, che facilmente colpisce i grappoli se si hanno periodi umidi in prossimità della maturazione.
Come
si vede, quando si punta alla qualità, il pinot nero pone dei problemi
agronomici ed enologici non banali a cui l’agronomo e l’enologo sono
chiamati a rispondere con competenza e attenzione. Da qui forse si è
ulteriormente alimentata la fama di vitigno eclettico e problematico per
l’enologo, quando se ne voglia trarre prodotti rispettosi della
tipicità e del profilo aromatico.
E
parlando di tipicità non vi è forse vino-vitigno più legato ad uno stile
iconico. Se si propone un pinot nero vinificato in rosso ci si deve per
forza confrontare con i vini borgognoni e con il loro stile. Che sia
coltivato in Cile o in Nuova Zelanda, in Oregon o in Ontario il
confronto rimane con i vini della Côte d’Or e con il loro stile etereo e
austero al tempo stesso dove l’acidità, il tannino e l’evoluzione sono i
tre pilastri su cui posa lo stereotipo del “vero” Pinot Noir. Tanto che
quando si studiano i terreni dove sorgono i vigneti non borgognoni se
ne compara sempre la composizione con quelli della riva destra della
Saône cercando quel che manca o quel che vi è in più per giustificare
diversità di qualità o di profondità nei vini. Quindi un grande modello a
cui non possiamo esimerci dal confrontarsi.
Detto questo, l’evento Eccopinò svoltosi a Borgo a Mozzano (provincia di Lucca) il 3 dicembre scorso, che ha presentato i produttori dell’Appennino Toscano uniti dalla produzione di Pinot nero (Mugello, Lunigiana, Casentino, Garfagnana le terre “implicate”) e che ha potuto contare sulla presentazione di Armando Castagno,
fra i massimi esperti di Borgogna in Italia, non ha fatto che
confermare quello che si è detto sopra: il pinot nero non è ancora
riuscito, nel mondo, ad esprimere modelli interpretativi diversi da
quella imposta dalla Borgogna. Eppure ci sono riusciti molti altri
vitigni e altri territori ad affrancarsi dalla primigenia zona di
origine: si pensi solamente ai merlot, ai cabernet e alla schiera di
vitigni a bacca bianca mitteleuropei che hanno trovato in altre aree del
pianeta terroir di elezione e conseguente valorizzazione. E
dunque cosa dire dei Pinot Nero dell’Appennino? Direi per un attimo di
liberarci da questo enorme fardello e consentire alla nostra
intelligenza e al nostro animo di esprimersi per le sensazioni e le
volontà riscontrate, senza confrontare niente con niente ma valutando
soltanto la realtà e la dimensione specifica dei vini degustati.
Così
possiamo dire che nel complesso i vini presentati a Eccopinò 2019 ci
son piaciuti, e nel tempo (abbiamo partecipato già in passato a questo
evento) si sono affinati e migliorati sia stilisticamente che
tecnicamente. Le otto cantine presenti hanno con coraggio accettato la
sfida di esplorare territori diversi con un vitigno che è senz’altro uno
strumento sensibile e delicato per leggerli, e lo hanno fatto
consentendo di evidenziarne i pregi e i limiti oggettivi, e già questo è
un grande merito e un motivo di plauso.
Poi,
incontrare vini di bella fattura e di forte caratterizzazione non fa
che convincerci ancor di più che la strada intrapresa otto anni fa sia
valida e ricca di possibilità. Vini come quelli del Podere della Civettaja, Il Rio, Casteldelpiano, Fattoria il Lago,
permettono di apprezzare l’interpretazione del vitigno di un
determinato territorio con una onestà pregevole, che non interviene con
artifici nelle eventuali sfocature.
Quindi una bella manifestazione insomma, ottimamente ideata dal presidente dell’associazione Cipriano Barsanti (che con i suoi vini di Macea
fa parte della schiera dei validi produttori), che auspichiamo di veder
crescere come già lo hanno fatto i Pinot Nero dell’Appennino in tutti
questi anni.
domenica 27 ottobre 2019
Quanto conta il giudizio degli altri ? un approccio critico alla degustazione.


Negli anni 50, e precisamente nel 1951, lo psicologo sociale Salomon Asch condusse una serie di esperimenti volti a evidenziare comportamenti conformisti sotto la pressione di un gruppo di persone ( rif. qui)
L'esperimento consisteva in nel verificare se essere inseriti in un gruppo di persone che dichiarano la propria opinione modifica le nostre azioni ed, in una certa misura, le nostre percezioni.
L'esperimento consisteva in un semplice esercizio di discriminazione sensoriale ovvero si mostravano tavole con disegnati 4 segmenti di dimensioni diverse di cui 2 uguali e bisognava indicare quali erano effettivamente uguali. Il tutto però avveniva in un gruppo di persone da 8 a 10 di cui solo uno era ignaro del test, mentre gli altri erano"complici" dello sperimentatore e dopo aver ascoltato le risposte degli altri.
Come vediamo dal video qui sotto i risultati sono sorprendenti.
Come risulta dal video anche una cosa " oggettiva" come la lunghezza di un segmento può essere distorta dalla pressione del gruppo a cui si appartiene, anche solo per un breve periodo.
Ma cosa c'entra questo con al degustazione?
Vediamo in dettaglio.
La degustazione, non l'analisi sensoriale, è un fenomeno essenzialmente di gruppo. Le stesse commissioni di assaggio delle varie guide o testate giornalistiche sono più o meno fisse. Si formano gruppi di assaggio stabili che si incontrano regolarmente quindi siamo in una dinamica di gruppo.
Molti poi sono gli scambi di opinione tra i curatori di queste selezioni con continue considerazioni entusiastiche o negative che i partecipanti si scambiano venendo a formare questo ambiente molto simile a quello dell'esperimento. Ma quale è allora la "cavia" del gruppo? La cavia è la capacità di giudizio del singolo.
Nelle sedute di analisi sensoriale e nelle commissioni di degustazione ufficiali oltre a non conoscere i campioni è fatto divieto di parlare prima di aver espresso ufficialmente il proprio giudizio ; questo per evitare questo fenomeno di condizionamento. Nelle situazioni normali il fenomeno è tanto potente che Asch lo quantificò al 75% dei test effettuati. Questo perché il singolo percepisce la differenza ma la sua opinione è messa in forte dubbio da quella degli altri fino a fargliela cambiare.
Nelle degustazioni , ripeto non nell'analisi sensoriale, questo accade spesso. Vediamo un caso eclatante degli ultimi anni. Alla base della mia formazione enologica ci sono studi effettuati in Francia e in Italia in centri enologici di livello mondiale ( Bordeaux), ed in questi corsi sui difetti del vino uno degli odori classificati come difetto ossidativo è sempre stato il sotolone https://www.lucianopignataro.it/a/linvecchiamento-ossidativo-precoce-dei-vini-bianchi/20399/
.
Ora nella produzione di vini macerati proprio per le ragioni espresse nell'articolo citato, il contenuto di sotolone è molte volte tanto elevato da superare la soglia di percezione, ma regolarmente nelle degustazioni dei vari vini in questione tale difetto non viene più citato. La sensazione viene riconosciuta ma poiché il gruppo è incline a non considerarla come un difetto, nessuno ha il coraggio di esprimere correttamente la propria opinione. Di più cambierà il proprio giudizio considerandolo corretto e caratteristico.
E' chiaro che queste variazioni di giudizio nascono attraverso fenomeni di contaminazione del gusto che tendono a spingere ora a verso un tipo, domani verso un altro tipo, il gusto del consumatore, ma quello che fa più sensazione è che tale contaminazione sia inconscia anche in quelli che si ritengono esperti del settore.
Si sa le opinioni cambiano, ma la capacità sensoriale dovrebbe essere meno volatile, per restare in tema,.. Vi invito a leggere gli articoli qui sotto per farvene un'idea.
http://vino.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/05/05/l%E2%80%99innominabile/
https://youmanist.it/categories/foodwine/mode-vino-omologazione
Lamberto Tosi
venerdì 25 ottobre 2019
giovedì 10 ottobre 2019
33 tesi su The game di Alessandro Baricco
Rilanciamo un interessante articolo sul libro esposto da Francesco parasole nella edizione di un vino un libro di quest'anno.
http://www.minimaetmoralia.it/wp/33-tesi-the-game-alessandro-baricco/
http://www.minimaetmoralia.it/wp/33-tesi-the-game-alessandro-baricco/
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